Arriva a Prato Alganesh Fessah, la donna che salva i migranti imprigionati nel deserto del Sinai

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Il suo nome è Alganesh Fessaha, ma molti profughi la chiamano semplicemente «mamma», perché come un genitore, o una sorella maggiore, si prende cura di coloro che hanno bisogno. La storia di questa donna di origine eritrea, che vive a Milano da 40 anni ed ha vinto l’Ambrogino d’oro, è una di quelle che raccontano orrori e allo stesso tempo speranza. Da sei anni è impegnata in prima persona nell’aiuto dei migranti in fuga dall’Eritrea, dove esiste una leva militare illimitata imposta dal regime, e da altri paesi africani che vengono imprigionati, torturati e abusati nel deserto egiziano del Sinai, una terra senza legge dove negli ultimi sei anni 30mila persone sono state sequestrate e ridotte in schiavitù da trafficanti senza scrupoli.

La sua tenacia, la forza di non voltare le spalle ai connazionali e ai fratelli africani prigionieri, sono state raccontate in un libro «Occhi nel deserto» (edizioni Sui) che Alganesh ha presentato in tutta Italia. La donna sarà anche a Prato, invitata dalla Caritas, dalla Pastorale per i migranti e dal Centro missionario diocesano, per raccontare cosa significa essere «schiavi nel deserto, quando l’uomo diventa merce». L’incontro è per lunedì 4 maggio alle 21,15 nel salone parrocchiale di Sant’Agostino. L’evento ha il patrocinio del Comune e della Provincia di Prato. Al mattino invece Alganesh parlerà agli studenti dell’Istituto Gramsci-Keynes.

Le vicende di questi uomini, donne e anche bambini, sono di costante attualità, pensiamo alla recente ecatombe che ha visto la morte di centinaia di persone affogate nel Mediterraneo. Il dramma narrato da Alganesh riguarda i profughi costretti ad attraversare il deserto di Mosè dal 2008, dopo l’accordo del governo italiano con Gheddafi, che prevedeva i respingimenti dei barconi della speranza nel mare della Libia. Una decisione questa che è stata poi giudicata illegale dalla Corte di Strasburgo. Da quel momento, per i migranti in fuga iniziava una rotta alternativa per l’Europa fatta di viaggi in jeep e purtroppo di sequestri e prigionia in campi disumani creati da beduini egiziani che chiedevano un riscatto in cambio della vita dei profughi. Alganesh negli ultimi anni è diventata un punto di riferimento per i propri connazionali prigionieri nel Sinai. Viene chiamata, di notte e di giorno, da persone che chiedono aiuto e così con la sua Ong Gandhi si reca quattro volte l’anno in quel deserto degli orrori per liberare i rapiti e consegnarli all’Alto commissariato delle Nazioni unite al Cairo. Grazie a questi viaggi, Alganesh è riuscita a salvare 750 persone. Per la donna non sono mancati momenti difficili, ha messo anche in pericolo la propria vita per restituirla a chi la stava perdendo in cerca di una nuova.

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