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ARTE E CULTURA > Crocevia > Crocevia articolo 1
CROCEVIA ARTICOLO 1
 
 
L’identità pratese come destino all’accoglienza
omaggio a Malaparte - editoriale
Prato futura: nella mia fine è il mio principio

In tempi di nominalismo diffuso, ci sia consentito di ri-partire dal nome, come se nel nome fossero inscritti una vocazione o un destino: quando pensiamo ad un prato, come all’inizio c’era un bel prato sul Bisenzio, pensiamo ad una distesa di erba verde, gli occhi non colgono
il delicato equilibrio del microcosmo sotteso a quell’erba; così, quando si pensa ad una città, ci viene in mente un denso agglomerato urbano, ignorando l’intreccio di vite che sottendono alle strutture edilizie.
Microcosmo di vite, di culture, peculiare destino di una terra che riesce ad affermarsi grazie ad elementi “altri da sé”, stranieri od esotici che dir si voglia… Già, perché a Prato solo il Bisenzio e la Calvana sono lì, testimoni immutabili di mille anni di storia, e il vento, che fa di questa piccola terra la fortuna. Il resto viene da fuori e cominciò con un’invasione straniera: l’influenza longobarda è innegabile a Prato, rimane ancora negli “occhi chiari, che danno sul grigio, color del cielo toscano”, di molti suoi abitanti.
Fu per vender viveri e vino agli invasori che scesero dalle colline al prato i nostri progenitori, dal monte Iavello, da Schignano, da Figline, da tutta la Val di Bisenzio: la loro origine era ligure, ma certamente anche etrusca, come testimonia ancora il gusto di mangiar la pecora,
gusto tutto orientale, “perché bisogna andar fino in Grecia, in Tracia, in Anatolia, sulle rive ioniche dell’Asia per ritrovar quella passione golosa per lo stufato di pecora che si incontra lungo tutto il corso del Bisenzio, da sopra Vernio, dove nasce, fino a Campi… Non v’è altro popolo in Italia, oltre il pratese, che mangi la pecora: ed è come dire che non v’è altro popolo in cui sia così vivo lo spirito degli antichi padri etruschi, gran mangiatori di pecorame, e il loro gusto asiatico dei traffichi, dell’andar mercatando, del correre i mari e le terre a vendere e a comprare, e massimamente del far guadagno”.
Forse fu per questo che le strutture politiche e amministrative che pian piano trasformarono il “prato” in una “terra”, si formarono grazie ad una delicatissima rete di rapporti e di interdipendenze, lontane dalla classica piramide gerarchica feudale, come opera di chi è abituato ad accogliere ed adattare elementi diversi, in modo da formare un armonioso unicum.
Un’unione strettissima tra “borgo” e “contado”, l’altissima partecipazione alla creazione del bene comune da parte dei cittadini, furono alla base anche della “atipica” nascita del libero Comune, che, pur cadendo inevitabilmente sotto l’influenza fiorentina (ma si badi bene
che fu una libera scelta rispetto all’allor più potente Pistoia), seppe mantenere la propria peculiare identità e non fu mai assorbito
dalle antiche città vicine, di gloriosa origine romana.
Tutto è peculiare a Prato, anche la sua reliquia, portata dall’Oriente perché un giovane pratese sposò, a quei tempi, una straniera; non le ossa o gli organi venerabili di un santo, ma un pezzetto di tessuto cucito in foggia di cintura, dove lana e peli di cammello si intrecciano, segno profetico della vocazione tessile della citta, e la reliquia non fu inventa,
cioè trovata, da un santo vescovo o da un uomo di chiesa, come avveniva, certe volte in modo veramente opportuno, a quei tempi,
ma si fece invenire, trovare, denunciando la propria presenza con segni e prodigi. Un segno cristiano, la cintura della Vergine Maria, lasciata nelle mani di Tommaso, che potremmo definire, chiosando lo stile
ironico di Malaparte, il più toscano degli apostoli… La cintura abbraccia un unico corpo, composto da molte membra, e in quell’abbraccio la Terra di Prato fiorisce, diventa “Città”, ancora coltivando delicati equilibri
fra i vari poteri, purché tutto concorra ad accogliere quel segno, ed è gara nel fare e disfare, abbattere e costruire dimore per la
cintura o il “cingolo”; diviene determinante tracciare un luogo per l’ostensione, perché le chiavi di diversi poteri, unite, rafforzino
l’identità dei cittadini, che hanno bisogno di vedere e rivedere, “con i propri occhi”, la cintura, degni eredi, in questo, dell’apostolo Tommaso…
E intorno alla città fu tutto un fiorire di ostelli, ospizi e oratori, per dar riposo ai pellegrini, ma anche per assistere le masse di poveri che, se non mancano in tutte le epoche, nel Medioevo addirittura lievitano
in proporzione alle alterne vicende politiche, alle frequenti carestie, alle guerre e alle malattie. “I numerosi spedali cittadini concorrevano
certo non a ristabilire un equilibrio socio-economico, ma comunque a render meno dura l’esistenza dei meno fortunati”.
Questa “preoccupazione” di accogliere e in qualche modo alleviare lo stato dei più poveri, fosse anche per dare alla giovane città un aspetto di dignità e pulizia, tradisce l’origine cristiana della stessa; per esempio in Atene, la polis per eccellenza, al di sotto della categoria degli Iloti, gli schiavi, non esisteva più niente: con un generico planòmenoi, vaganti,
vengono liquidate masse di persone che pure in qualche modo vivevano ai margini della città e causavano molti problemi per l’ordine e la pulizia pubblica. Se un pezzetto di tessuto orientale, quale è la cintura di Maria, aveva preconizzato la vocazione tessile della città – una costante nella nostra storia, almeno fino ad oggi – , che dire dei “cenci”, scarti di tessuto, abiti usati provenienti da ogni dove, dove le mani dei pratesi si tuffarono instancabili, perché da un’informe massa multicolore uscisse la
stoffa che ci ha resi famosi in tutto il mondo? “Stoffa di Prato” o “roba di Prato”, quasi a giustificare la casualità che determinò un miracolo economico che ci meritò il nome di Manchester d’Italia, frutto del genio,
della passione, dell’adattabilità estrema dei pratesi, esempio di riciclaggio ante litteram che il governo nazionale ha ignorato, forse anche per colpa nostra, perché i pratesi “son venuti giù con la corrente del fiume: come la corrente impetuosa, irrefrenabile e baldanzosa, ampia, spruzzante sulle rocce, sui sassi d’alberese … sono venuti giù così … perché sono un popolo di “girovaghi” ed alla loro origine c’è un fiume e una strada e quella breve sosta (quasi ristagno), che hanno i fiumi e le strade, dove si placa la forza del pendìo…”.

“O mirabile noncuranza dei pratesi, che
non si meravigliano né si arrabbiano né si
scandalizzano di nulla, e della grandezza
umana, della superbia degli uomini, ridono,
perché sanno di che son fatte. O semplicità
dei pratesi, che sanno d’esser nati dal nulla,
ma non fanno come tanti altri, che anche
quando vanno a piedi sembra che vadano in
carrozza, e quando camminano fan suonare
i dindi nelle tasche, per far vedere che son
gente per bene, e che i soldi per pagarsi la
reputazione ce li hanno. O lealtà dei pratesi,
che non si vergognano d’esser nati poveri (e a
dire il vero non si vergognano nemmeno d’esser
diventati ricchi), e non si dànno le arie
d’esser figli di nobili e di preti, com’è d’uso
in certe parti d’Italia, e restano gente del
popolo anche quando vanno in carrozza, che
per loro è soltanto un modo di andare a piedi
stando seduti, e nel mangiare, nel bere, nel
vestire, nel prender moglie, rimangono fedeli
alla loro origine popolare, e sono esempio di
semplicità e di lealtà in un mondo dove tutti
cercano di nascondere quel che sono e che
erano, e si dànno l’aria d’essere il contrario
di quel che sembrano”.

Ancora uno straniero, orgoglioso come un perfetto toscano, doveva venire a cantare la nostra identità, doveva venire a dire al mondo, con amara superbia, che tutta a Prato va a finire la storia, e con la storia la
gloria, l’onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo, tutto va a finire lì, in mucchi di cenci polverosi, “e più sozzi, più pidocchiosi, più cenci sono, e più son materia preziosa per un popolo che sa far ricchezza dei rifiuti di tutta la terra”.
“Da ragazzo andavo con i figlioli di Mersiade
Baldi nei magazzini di stracci dello Sbraci,
del Campolmi, del Cavaciocchi, del Calamai,
e lì, seduto per terra in mezzo ai cenciaioli,
mi divertivo a frugar nei mucchi di cenci,
dove avveniva di trovar le cose più impensate
e meravigliose del mondo: conchiglie,
frammenti di vetro colorato, gocce d’ambra,
perline dei fiumi dell’India, e pietre che
parevan preziose, di un bel colore verde, o
paonazzo, turchino, o giallo, e quelle pietre
indiane che i cenciaioli chiamavano «pietrelune
», ed eran pallide, lisce, trasparenti,
simili a spicchi di luna. O quelle pietre rosse
di cui i cenciaioli dicevano che a strizzarle
buttavan sangue, e noi ragazzi a mettercele
fra i denti e a morderle, o a strizzarle fra le
dita, sperando che buttassero sangue. E
talvolta certi strani animaletti secchi, simili
alcuni a cavallucci marini, altri a mummie
di lucertole e di topi, altri ancora a feti dalla
testa schiacciata.
Era un mondo favoloso. Tutta Prato era piena
di montagne di stracci, ma pochi, fuorché
i cenciaioli, si avventuravano a esplorare
quel misterioso continente, e fra quei pochi
noi ragazzi, Faliero, Baldo, io, e gli altri
che stavan di casa vicino a Mersiade, in
Via Arcangeli, fuori Porta Santa Trinita, là
sulle gore. Appena passavamo la soglia del
magazzino, quell’odore di stracci, un odore
secco e polveroso, insieme forte e inebriante,
come di frutta in fermento, ci dava alla testa,
ci annebbiava gli occhi. Sventrata una balla
col coltello, gli stracci uscivano dalla ferita
come budella gialle verdi rosse turchine. Si
tuffava il braccio dentro quella carne color
sangue e color erba e color cielo, si frugava
nel ventre obeso, nelle calde viscere della
balla, e gli occhi della mano cercavano in
quel mondo oscuro il tesoro luminoso, la
perla, la conchiglia, la «pietraluna». Poi andavamo
a tuffarci a capofitto, come d’estate
nei tonfani del Bisenzio, nelle montagne di
stracci, lentamente affondando in quell’odore
dolce e profondo d’incenso, di muschio,
e di garofano, che è l’odore dell’India, di
Ceylon, di Sumatra, di Giava, di Zanzibar,
l’odore dei mari del Sud…
…tutta a Prato, e tutta in stracci, va a finire
la storia d’Italia: glorie, miserie, rivolte, battaglie,
vittorie, sconfitte. Dove son finite le
camicie rosse dei garibaldini di Mentana, le
uniformi dei soldati di Pio IX, dei volontari
di Curtatone e Montanara, dei bersaglieri di
Porta Pia? dove i Carbonari, la Giovane Italia,
e Novara, Lissa, Custoza, e Libera Chiesa in
libero Stato? Dove son finiti gli indumenti
raccolti in ogni città e in ogni villaggio d’Italia
per soccorrere gli scampati al terremoto
di Messina, all’inondazione del Polesine, al
nubifragio di Amalfi e di Salerno? Tutto a
Prato finisce: bandiere d’ogni nazione, uniformi
di generali e di soldati d’ogni esercito,
e sottane da prete, calze da monsignore,
porpore di cardinali, toghe di magistrati,
giubbe di carabinieri, di sbirri, di carcerieri,
veli da sposa, trine ingiallite, fasce di neonati
… E non soltanto la storia d’Italia, ma quella
di tutta Europa finisce a Prato, fin dai tempi
più remoti, da quando i pratesi si son messi a
far pannilani con i rifiuti di tutto il mondo. A
Prato, in un mucchio di cenci, è finita la gloria
spagnola in Italia, la grandezza di Carlo V in
Europa: e medesimamente lo splendore dei
Re di Francia, il furore giacobino, la gloria
di Napoleone. Per anni e anni i pratesi han
filato, tessuto, cardato gli stracci di Marengo,
di Austerlitz, di Waterloo, le bandiere
della Grande Armée, le uniformi di Murat, le
marsine dorate della Santa Alleanza. E dove
credete che siano andate a finire le uniformi
grigioverdi dei nostri soldati morti sul Carso
e sul Piave? e quelle di tela d’Africa dei
soldati caduti ad El Alamein? Su, abbiate il
coraggio di dirlo. Dove sono andate a finire?
Nel Pantheon? A Prato son finite, fra i cenci.
E dove son finite le bandiere e le uniformi del
Corpo di Liberazione? e quelle della Repubblica
di Salò? e le uniformi e i fazzoletti rossi
dei partigiani? e quelle dei potenti eserciti
inglesi e americani che han liberato l’Italia
e l’Europa? Nella Galleria degli Uffizi? A
Prato son finite, vendute come stracci. E le
gramaglie delle madri, delle vedove, degli
orfani di tutta la terra?
A Prato, in mucchi di cenci polverosi. A Prato,
dove tutto viene a finire: la gloria, l’onore, la
pietà, la superbia, la vanità del mondo”.
Così la penna suggestiva di Malaparte ci regala un pezzo di storia nostra non tanto lontana e conferma l’idea che ha mosso questo modesto contributo: l’adattabilità, la flessibilità, il concreto senso pratico che ci ha sempre caratterizzato, non possono mancare nel ricercare ancora equilibri e armonie, proprio ora che più intenso si fa il microcosmo di vite che sottende alla vita della città, come se quei “cenci” colorati che un giorno fecero la nostra fortuna fossero tornati, non più stipati nelle balle, freddi resti di una storia passata, ma involucri di carne e di sangue, che vive, che pulsa, che hiede dignità, accoglienza, conforto, che chiede una patria …
Forse Prato, città così gelosa dei suoi santuari mariani e della propria “alterità” nella tradizione, fino alla ribellione, potrà dar loro una risposta; e basta guardare la cima dello Spazzavento, dove uno straniero ha voluto essere sepolto per avere eletto la nostra terra come sua amata patria… Se noi cerchiamo quello che ci unisce, e sicuramente ci unisce l’umanità, se noi rispettiamo ciò che accade, se noi andiamo oltre, se ci superiamo, ecco che le naturali particolarità di ciascun popolo, rispettate, confluiscono in una comunità più vasta e quindi più ricca, più umana…
Così il prato continuerà ad offrire la propria bella immagine, verde, rigogliosa, come ad ogni Primavera, anche se tutto sarà diverso per ognuno di noi, antico e nuovo, perché passa il tempo della nostra vita e la città della giovinezza rimane come miticamente fissata nella memoria.
Forse è proprio questo l’errore: rimpiangere sempre una città che non c’è più, tutto colpevolizzando fuorché l’inesorabile scorrere del tempo:
“Apro la finestra, ed è primavera, chiudo la
finestra, ed è primavera. Mi avvicino allo
specchio: e l’immagine che si muove nella
spera (quei capelli grigi? quegli occhi stanchi?
quella ruga sottile in mezzo alla fronte,
quel riflesso verde delle persiane nella mano
che mi tocca il viso?), è primavera a Prato,
nella camera della Locanda del Caciotti di
fianco alla facciata del Duomo, fatta, come
una bandiera, di strisce di marmo bianco
e di marmo verde di Figline. Ed è primavera
a Prato il pèrgamo di Michelozzo e di
Donatello, dove i putti tendono le mani a
offrire il becchime ai piccioni tessitori, che
fanno la spola fra il Duomo e il monumento
al Mazzoni.
Apro la finestra, e il cielo che s’incurva remoto
sulla piazza, sulla Via Magnolfi, sulla
Valle del Bisenzio verde fra la Retaia gialla
di ginestre e il nudo macigno dello Spazzavento,
si rovescia nella stanza, appanna del
suo fiato azzurro lo specchio là in fondo, la
bottiglia di vetro piena d’acqua di Filèttole,
il bicchiere vuoto, la pagina bianca sulla
tavola macchiata d’inchiostro. E’ primavera
a Prato, è ancora primavera: ma non sale
più dalla piazza, come un tempo, la voce del
Carnaccia in guerra con gli altri fiaccherai
davanti alla Locanda, né il grido del venditore
di cantucci e di buccellati, fermo col suo
gran paniere sotto il braccio sulla cantonata
della casa dov’è nato Filippino Lippi, né il
richiamo del venditore di chìfelli all’angolo di
Via Agnolo da Firenzuola, né le voci dolenti
delle giovani pastore che scendevano all’alba
dalla Valle del Bisenzio per la Porta del Serraglio,
con l’asse dei raviggiòli in bilico sulla
testa, e i raviggiòli teneri e bianchi, che son
formaggi freschi di latte di capra, distesi sui
piccoli ventagli di paglia.
Dove sono i tonfi dei telai a mano dallo stanzone
del gobbo Passigli, il battere dei martelli
dei ramai sul Mercatale, il fischio dei treni
sull’alta muraglia della vecchia stazione in
fondo a Via Magnolfi?…
E’ primavera in Piazza del Duomo, in Piazza
del Comune, nelle Piazze del Grano, delle
Bigonce, del Mercatale, di San Domenico, di
Sant’Agostino, della Madonna delle Carceri,
è primavera in tutte le vie che dalla Piazza
del Comune vanno verso le cinque porte di
Prato, Porta Santa Trìnita, Porta Fiorentina,
Porta del Mercatale, Porta del Serraglio,
Porta Pistoiese: ma Bino Binazzi non apre
più l’alta finestra a mirar sui tetti le prime
rondini tessitrici, che fra il Palazzo Pretorio
e le Torri dei Dagomari e dei Guazzalotri
tessono il cielo pratese dalla trama azzurra
e dall’ordito rosa.
L’aria in Piazza Ciardi, fuor di Porta del
Serraglio, dove si fermavano le diligenze di
Vaiano, di Vernio, di Santa Lucia, di Montemurlo,
di Figline, non sa più di baccalà e di
ceci a mollo, di minestra di magro, di fagioli
cotti al forno nelle pentole di terra: e i tegoli
mandavano al primo sole un odore caldo di
pane appena sfornato, nella mattina acerba
che tingeva di rosa gli olivi di Filèttole, i
cipressi delle Sacca, i pini di Galceti. I vetturini
stavano a gambe larghe in mezzo alla
piazza, con la frusta nel pugno, in quell’odore
polveroso di cenci, di fieno, di pesce secco,
di sudar di cavallo, che era l’odore di Prato
a primavera…
Tutto era primavera, allora, e tutto è ancora
primavera, a Prato: e basta che io chiuda gli
occhi per riudire intorno a me quelle voci
di un tempo, quei lieti rumori, quel cigolio
di barrocci, quel frusciar di piedi nudi sul
lastrico, quel chiamarsi da porta a porta, da
finestra a finestra, da cantonata a cantonata.
Basta che io chiuda gli occhi per riudir dal
fondo di Via dei Tintori le lunghe pertiche
rimestar nelle conche, e gli stallini parlare
a voce bassa nell’orecchio ai cavalli, e la
lupinaia sull’angolo del Vescovado vantar
le bellezze dei suoi lupini, «son capezzoli di
bambina! son capezzoli di bambina!», e il
chiccaio cantar le lodi dei suoi duri di menta
e dei suoi «mangia e bevi». Basta che io
chiuda gli occhi per udir quelle voci antiche
confondersi con le voci d’oggi più alte, più
acute, e il cigolio dei barrocci mescolarsi con
lo strepito dei motori: e per sentirmi il sole
girare intorno, dalla spalla destra alla spalla
sinistra, e a poco a poco alzarsi, sostare immobile
a picco sui tetti, a poco a poco declinare
verso la rossa foresta del tramonto.
È questa la sera antica, l’antica sera di primavera
a Prato… È l’ora in cui le fabbrichine
escon di fabbrica con i capelli polverosi che
san d’olio di macchina, e gli occhi sbarrati
nel viso pallido, gli occhi che tutto il giorno
han seguito la corsa pazza della spola di
acciaio lucente, il suo batter la testa qua e
là nel telaio, come fa un topo nella trappola.
Cento volte il filo si è rotto, cento volte han
fermato il telaio, raccolti i due capi, riannodato
il filo, ridato l’avvio alla spola. Camminano
col viso rivolto al cielo, muovendo le mani
dolcemente nell’ aria, sotto il volo radente
delle rondini simili a spole impazzite, come
per rianno dare il filo che cento volte si rompe
da grondaia a grondaia, da nido a nido.
Tutto è gentile intorno, tutto è antico e nuovo…”
Questo il congedo di Malaparte dalla città amata, un anno prima della morte: la tomba sul colle ci ricorda come l’”estraneità” abbia trovato una patria nella generosa terra della Cintura, fino a far propria la cultura cristiana radicata in essa: al di là delle controversie sulla “conversione” di Malaparte in punto di morte, indubbiamente parla per lui il cristianesimo “civile” che percorre tutte le sue opere, sempre cogliendo, del messaggio cristiano, quello che ne è il cuore, e cioè la “compassione”del Cristo per il perdente, per il povero, per lo straniero, quel farsi prossimo dell’umanità sofferente sino ad identificarsi con essa per assumerla su di sé a prezzo della propria vita, così da regalare alla sofferenza una dignità nuova e incorruttibile…

“Tutti gli uomini, a Napoli, in Italia, in
Europa, sono come quegli uomini. Sono
immortali. Nascono nel dolore, muoiono nel
dolore, e risorgono puri. Sono gli Agnelli di
Dio, portano sulle loro spalle tutti i peccati
e tutto il dolore del mondo…”.

“… Non sarebbero stati che carne marcia,
quei morti, se non vi fosse stato fra loro
qualcuno che si era sacrificato per gli altri,
per salvare il mondo, perché tutti coloro, innocenti
e colpevoli, vincitori e vinti, che eran
sopravvissuti a quegli anni di lacrime e di
sangue, non dovessero vergognarsi d’essere
uomini. V’era certo il cadavere di qualche
Cristo, fra quelle migliaia e migliaia di uomini
morti. Che cosa sarebbe avvenuto del
mondo, di noi tutti, se fra tanti morti non vi
fosse stato un Cristo? … Cristo è morto per
insegnarci che ognuno di noi può diventar
Cristo, che ogni uomo può salvare il mondo
col proprio sacrificio. Anche Cristo sarebbe
morto inutilmente, se ogni uomo non potesse
diventar Cristo e salvare il mondo”.