Pentecoste 2013
19-05-2013

Saluto tutti voi, cari amici, fratelli e sorelle di una stessa avventura, la più bella, la più affascinante.
Oggi è giorno di festa, non solo perché siamo entrati nella domenica, il giorno del Signore, la Pasqua della settimana, ma perché oggi è Pentecoste.
Oggi si conclude il cammino della Pasqua , il sacramento dei cinquanta giorni, da Pasqua a Pentecoste.
La Pasqua trova il suo compimento nella Pentecoste.
Oggi nasce la Chiesa, è il suo compleanno.

Fino ad ora c’era una Chiesa incerta, dubbiosa, paurosa. Persone che restavano nel chiuso del cenacolo, evitando di farsi notare per la paura di esporsi. E forse non c’era solo il timore per la propria vita, ma può darsi anche il dubbio che ancora li accompagnava, la delusione per quello che era successo e che ancora non era stato del tutto fugato dagli avvenimenti di cui erano pur stati testimoni; ancora erano accompagnati da insicurezza, titubanza, dubitavano delle loro parole, non conoscevano l’entità del loro impegno, della loro compromissione.
Anche per loro c’è ancora bisogno di capire e non solo dal punto di vista logico speculativo, ma, molto di più, dal punto di vista esistenziale. Insomma c’è bisogno di far proprio lo spirito del Risorto.

Ma, cari fratelli e sorelle, è così sempre e ancora oggi lo è.
Chi fa la Chiesa, chi fa il cristiano è lo Spirito del Signore Risorto.
Non basta (anche se necessario) un bagaglio culturale; non basta un’appartenenza amicale, non basta un’adesione dettata dall’affinità del contesto ambientale, né dalla tradizione.

Di fronte alla vita, quando questa si fa seria e impegnativa; quando questa ci coinvolge e compromette, occorre allora che la nostra adesione di fede abbia un altro fondamento, un fondamento solido.
Altrimenti saremo cristiani del momento, della moda corrente, dell’opportunità del “mi conviene o non mi conviene”.

La Chiesa la costruisce lo Sp. S., lo Spirito del Signore che per noi significa avere il suo “carattere”, la sua indole, la sua logica. E’ lo Spirito Santo che ci fa cristiani; cristiani di fede adulta e non di mèra tradizione. Cristiani che con il Signore impegnano non la buona volontà, il sentimento, un po’ del proprio tempo, un po’ delle proprie risorse, la propria cultura, ma la vita.

Così è successo anche per gli Apostoli; così come dovrà succedere per ogni cristiano, di ogni tempo.

Per loro, gli Apostoli, è avvenuto in modo “improvviso”. Per noi attraverso un cammino lento, progressivo, sistematico, sostenuto dall’insegnamento e dalla testimonianza di chi la Provvidenza ci ha messo accanto, dagli eventi in cui saremo coinvolti, soprattutto dalla preghiera, dalla riflessione, dalla meditazione della Parola. Fin dall’inizio questo era il “Catecumenato”, cioè il cammino attraverso cui la Chiesa accompagnava le persone verso la professione di Fede : un “catecumenato” valido, un cammino serio, è necessario ancora oggi (non bastano iniziative) e questo, d’altra parte, ci raccomanda il magistero dei Vescovi in tanti loro documenti.

La vicenda degli Apostoli però, può offrire a noi spunti di riflessione e indicazioni di percorso preziose.
“Il giorno di Pentecoste stava per finire” e niente era ancora successo. Erano ancora lì, occupati dai loro pensieri, dalle loro preoccupazioni, dai loro timori e perplessità, impazienti.
– Noi, carissimi, dovremo avere la capacità di aspettare; la virtù della pazienza.
– Vorremmo tutto subito, baipassando tempi di fatica, di riflessione, di combattimento, perché nò, di crisi. Vorremmo un Dio che si facesse conoscere subito, che intervenisse subito a risolvere le contraddizione del nostro vivere. Ma Dio aspetta perché rispetta la nostra libertà; la nostra adesione di fede non sarà frutto di una coercizione, di una specie di estorsione.

L’impazienza talvolta ha fatto sì che taluni siano andati via, sbattendo forte la porta, per cercare altrove risposte che non potranno mai trovare.
– Cfr.: l’impazienza ci fa pretenziosi; ci induce nella tentazione di sostituirsi a tutti, di essere noi il metro e la misura delle cose giuste da fare; ci troveremmo ad essere noi, chiusi nel nostro limitato segmento di vita, a decidere e forse pretendere quello che la Chiesa deve dire, o non deve dire; quando deve parlare e quando deve tacere.
– Vorremmo forse una Chiesa docile alle nostre idee, al nostro servizio di parte.
– E quando questo non si verifica, rischiamo di diventare strumenti di divisione, di critica, di sospetto.
– C’è tanta impazienza e spesso supponenza tra noi; c’è tanta divisione e questo è il peccato per definizione; cfr.: il demonio è definito il “divisore”.

Vedete, gli Apostoli erano quello che erano: poveri uomini; il giorno stava per finire e quasi sembra di leggere: la speranza stava per finire!

Però c’è un fatto che supplisce a tutte le loro carenze, quasi un recupero di fronte a tante loro miserie: “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”, diversi, litigiosi, paurosi, ma “insieme nello stesso luogo”. Quel luogo era ed è e lo sarà sempre la Chiesa.

Per un credente la Chiesa è luogo teologico della propria esperienza di fede. Non c’è credente senza la Chiesa, che si riunisce attorno al suo Vescovo.

E’ nella Chiesa che si verifica l’avvenimento che cambia la vita degli Apostoli.

Un “vento” che entra prepotente nella stanza, li avvolge, li travolge.

“Lingue di fuoco” che si posano su ciascuno di loro: lo “Spirito Santo” ora ha preso possesso della loro vita, che da quel momento cambia radicalmente.

Prima erano poveri uomini, come noi tutti; adesso sono persone diverse, che hanno il coraggio di uscire fuori dal chiuso di una stanza : da ora sono veramente Chiesa.

E quello dovrà essere la Chiesa di sempre; dovrà essere oggi la nostra Chiesa di Prato:
a) Chiesa estroversa: “uscir fuori” verso le periferie esistenziali dove vive la gente, come raccomanda Papa Francesco.
b) Chiesa che annuncia con coraggio e con competenza, sempre, anche a costo di restare sola
c) Chiesa capace di parlare il linguaggio della gente: “maestra in umanità”
d) Soprattutto, Chiesa capace di dare e testimoniare l’amore, la condivisione, la solidarietà, la comprensione, il dialogo con tutti, il perdono

A Gerusalemme c’era gente di ogni parte, ma gli Apostoli, gente incolta, parlavano una lingua che tutti potevano capire: il linguaggio dell’amore!

E che cosa annunciavano gli Apostoli? “Le grandi opere di Dio”.
Il mondo di oggi ha bisogni di Dio; ha bisogno sentire parlare di Dio.
E’ sazio di “parole”; non ha bisogno di parole “umane” che rimangono nel chiuso dell’immanenza; ha bisogno di parole vere, che lo aiutino ad entrare nel “mistero” della vita.

Ma sarà sempre lo Sp. S. a fare anche di noi la Chiesa.

Lo Spirito che non vuol dire omologazione o appiattimento.

Ma, mentre ci aiuta a riconoscere e scegliere Gesù Cristo come unico Signore della nostra vita, ci proietta nel mondo, all’interno dei fatti e degli avvenimenti in cui si snoda la vita della società, per portare lì il nostro specifico; per spendere lì le nostre capacità, i nostri talenti. E questo interessa soprattutto voi, cari fratelli laici che militate nelle diverse associazioni cattoliche. E’ la vostra missione, quella cioè di animare dello spirito del Vangelo le realtà quotidiane. Come infatti arrivare nel mondo del lavoro, della ricerca, dell’economia, della politica, se non attraverso al vostra presenza e la vostra coerente e coraggiosa testimonianza?! Dove potere giungere voi, oggi al sacerdote spesso è precluso: voi siete chiamati ad essere il sacramento della presenza di Cristo e della sua proposta nel tentativo di costruire, o ricostruire, un mondo diverso, dove ogni persona è accolta, rispettata, difesa nella sua dignità, educata.

Noi non possiamo ritirarci nel privato, dove molti vorrebbero confinare la Chiesa; noi non possiamo restare chiusi nel tempio.
Siamo chiamati ad essere la coscienza critica della vita della società, perché lì vive la gente di cui la Chiesa non potrà mai disinteressarsi.

Allora potremo portare anche la nostra specifica “diversità”, ma coniugati nell’unità dell’unica fede ed appartenenza; unità della fede, all’interno della Chiesa

Dalla Pentecoste nasce allora la “missione”; è quanto viene ancora a dirci il Signore attraverso le parole dell’evangelista Giovanni.

Gesù entra nel cenacolo, entra nella vita degli Apostoli, nella loro vita >, dona loro la Pace ; li rende sicuri, coraggiosi, baldanzosi, in pace appunto di fronte a se stessi e di fronte alla realtà che dovranno affrontare.

Gesù li rassicura: quello che loro avevano visto trafitto e appeso al legno della croce, è proprio Lui, oggi Risorto. E gli Apostoli gioirono perché ora veramente hanno visto il Signore. Da Lui ricevono il dono del suo Spirito e il mandato per andare ad annunziare a tutti il suo unico e indicibile amore; il mandato di rimettere i peccati, cioè di accompagnare la gente fuori delle secche mortifere del peccato, che è l’inganno di chi guarda al futuro senza o contro Dio.

La Chiesa non esiste per fare clienti, per cercare proseliti, ma, forte di una convinzione, fondata su di una esperienza, che vuole consegnare come dono a tutti.

Oggi questo “mandato”, questo invito è rivolto a noi, Chiesa di Prato.

Di fronte, c’è un mondo che aspetta, forse senza sapere di aspettare; c’è una società che appare distratta, ingannata, delusa, scettica, sorda, o chiusa nell’autosufficienza, a difesa di privilegi esclusivi.
Soprattutto, voi lo sapete, c’è tanto scoraggiamento in giro in tanta gente che vede il proprio posto di lavoro minacciato, o, addirittura, ormai perduto. C’è un popolo ingannato da anni di promesse troppo spesso disattese. C’è un’indignazione che cresce di fronte a sperequazioni vergognose, di fronte a pensioni che non consentono più una vita dignitosa. Spesso i sacerdoti raccontano di famiglie sconvolte perché non più in grado di provvedere al futuro dei figli, ai loro bisogni primari e immediati.
Come possiamo tacere? Come restare inerti? Lo so che come Chiesa diocesana facciamo quanto è in nostro potere fare; potremo fare di più, ma vi confesso che non stiamo con le mani in mano e ce lo dicono le tante persone che ogni giorno bussano alle porte delle parrocchie, della caritas e alle mense delle nostre associazioni di assistenza.
Ma non vogliamo certamente fermarci. Facciamo appello ancora alle persone delle istituzioni, del mondo della politica, dell’economia, perché si diano premura con urgenza: il livello di guardia è ormai molto alto. I poveri sono capaci di tanta rassegnazione, ma c’è un limite oltre il quale non è possibile andare e sappiamo bene dove nasce la rabbia dei poveri, che può diventare pericolosa e purtroppo non risolverebbe i problemi. Ma occorre che le cose cambino. Vogliamo sperare che, oltre le nuvole, torni a risplendere il sole.

La nostra missione come Chiesa, il mandato che ci consegna il Signore va verso questi nostri fratelli più indigenti. Le opere che sapremo fare siano il segno dell’amore di Dio che incontra ancora la gente.
Come Chiesa che è in Prato, che ha visto l’opera di Dio nella propria vita, vogliamo dare ascolto alla voce del Signore e custodire la sua alleanza e dire anche noi: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!”. E’ l’appello che, come Vescovo, faccio a tutta la chiesa pratese, alle parrocchie, alle associazioni, gruppi, movimenti e comunità ecclesiali. Restiamo fedeli e coerenti di fronte al Signore che ha fiducia in noi. Facciamo sì che l’acqua della Parola che nasce dalle nostre Chiese possa arrivare al mondo e sanare le acque amare che avvelenano la vita di tanta gente.
Lo vogliamo fare, senza fermarci, senza confinarci nelle ridotte di uno spiritualismo sterile e fuori della storia, consapevoli che, come dice l’Apostolo, la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi, ma ci apre alla speranza che il futuro è possibile, un futuro diverso perché fondato sulla certezza che Dio è il Signore e con il suo Spirito fa nuove tutte le cose, la nostra stessa vita. Esortiamoci e aiutiamoci a raccogliere l’incito, anzi il grido del Signore, che dice a tutti: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva…”

Affidiamo il nostro cammino alla Madonna, la nostra celeste Patrona, la Madre delle Grazie, che ci leghi a lei con il cingolo dell’amore, della tenerezza materna, perché sia Lei la stella del nostro cammino che ci conduce a Gesù, a quell’incontro che cambia la nostra vita e la vita del mondo intero.