Massimo Cacciari: «Una società multiculturale è perseguibile attraverso il colloquio consapevole e non ignorante»

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«La missione di una società multiculturale è perseguibile attraverso il colloquio consapevole e non ignorante con l’altro, alla base del nostro conoscere ci deve essere curiosità. Altrimenti avremo un dialogo tra indifferenze». Massimo Cacciari affronta così il tema del multiculturalismo e della sfida per un nuovo umanesimo, l’argomento al centro dell’ultimo appuntamento con i «Forum di idee per Prato», il ciclo di incontri promossi dal vescovo Franco Agostinelli per riflettere sul presente e sul futuro della città, che si è tenuto questo pomeriggio nell’aula magna del Pin, il polo universitario pratese. E la tematica dell’immigrazione, del volto di una comunità cosmopolita e multietnica in cerca di identità, è quanto mai sentita in una città come Prato dove convivono l’una accanto all’altra, spesso senza accorgersene, persone appartenenti a 123 nazionalità diverse.

L’incontro con il filosofo, già sindaco ed ex parlamentare italiano ed europeo, ha richiamato moltissimi pratesi. In sala erano presenti monsignor Agostinelli, il sindaco Matteo Biffoni, il vice sindaco Simone Faggi, il prefetto Maria Laura Simonetti e altre autorità cittadine.
Cacciari, intervistato da Piero Ceccatelli, caposervizio della redazione pratese de La Nazione, ha parlato quasi due ore affrontando temi quali il ruolo dell’Europa, «ormai giunta al tramonto, ma dalla quale possiamo trarre buoni auspici se recuperiamo la nostra identità», e le politiche europee, «che non possono essere schiacciate solo sul lato economico, ci deve una tripartizione tra la sfera etico religiosa e politica con quella economica. Se andiamo avanti sotto la spinta esclusiva del denaro – ha detto citando Spengler – andremo tutti a finire come la Grecia».

Dove è possibile ripartire? È stato chiesto a Cacciari che ha risposto citando la grande stagione dell’umanesimo fiorentino: «Quel pensiero cos’è stato se non una grande opera di traduzione dal greco, dall’ebraico e dall’antico al moderno. Pico e Ficino hanno tradotto, avevano capito che la lingua non è autonoma e sufficiente. Anche noi dovremmo ricordarcelo». Secondo il filosofo il rischio dell’Europa, e quindi anche il nostro, è quello di oscillare tra una tolleranza, che pur riconosce le differenze, e che cerca di ricondurre tutto all’unum e l’indifferenza di chi considera tutte le individualità come universali. «Questi presupposti avallano soltanto la religione economica», ha messo in guardia Cacciari.

E allora la via maestra, anche questa di stampo europeo, deve essere quella di un «riconoscimento che avviene sulla base della consapevolezza che io non mi riconosco se non nel volto dell’altro, che io non posso definirmi se non confinandomi con l’altro. Questo è l’impervio lavoro da fare – ha sottolineato – nessun relativismo, la mia universalità non è perseguibile autonomamente o addirittura presupponendo che siano gli altri a girare attorno a me». La chiave di tutto sta nella prossimità, parola presa a prestito dal cristianesimo, «questa è la destinazione». E per questo: «No ai quartieri cinesi o islamici che sono ingovernabili, qui non c’è prossimità ma indifferenza». E rivolgendosi alle istituzioni presenti in sala ha detto: «Occorrono investimenti nello sforzo dell’approssimazione e del colloquio con l’altro. Per questo motivo è impensabile dire di no alla costruzione di una moschea».

Infine c’è stata anche una sferzata a Prato in risposta ad una domanda dal pubblico che chiedeva come fosse possibile emanciparsi da Firenze, asso piglia tutto del turismo e della cultura. «Scusate – ha concluso – ma se a Prato non viene nessuno è colpa vostra! Io vado a Firenze una volta al mese e nessuno mi dice che il Lippi più bello ce lo avete voi. Avete risorse straordinarie da valorizzare».

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